THE WRESTLER: IL CORPO E IL SANGUE DI MICKEY

Mickey Rourke sale sul ring e si aggiudica il Golden Globe e la nomination agli Oscar, nel film con cui Darren Aronofsky conquistò il Leone a Venezia.

Un uomo al tramonto che respira l’odore della sua fine cerca di fuggire all’isolamento in cui si è autorecluso da anni per non morire da solo. Se “The Wrestler” fosse un organismo umano, questa – la fabula – sarebbe lo scheletro. Poi c’è Mickey Rourke, che del film è la carne, i muscoli, gli organi interni, i nervi, la pelle: il corpo e il sangue. Mickey Rourke alias Randy ‘The Ram’ Robinson è un ammasso di cicatrici e gonfiori, di lividi e ossa rotte, che deambula con la sua andatura pachidermica e stordita sotto i riflettori del ring dove rincorre i fasti del passato e, al contempo, ai margini di una vita di terza classe, dissipata negli affetti e vicina, troppo vicina al gong ora che il cuore l’ha tradito.
Il suo corpo, martorizzato, paga anni di combattimenti artificiosi ma non per questo meno violenti; la sua anima, gentile e sensibile, vorrebbe sopravvivere fuori dal quadrato ma è impossibile rientrare dalla finestra del mondo dopo che sei uscito dalla porta. Solo l’affetto della spogliarellista di un night club illumina con un sorriso la sua vita spettrale. Anche lei è un’anima persa che, come il tamarrissimo wrestler, usa il suo corpo per far soldi, in performance menzognere di gemiti e lap-dance per un pubblico greve ma, ed è quello che conta, pagante.
Almeno lei non ha il volto deformato che è poi quello vero del Rourke attore, del Rourke uomo che ha rifiutato Hollywood e la sua omologazione e, nel momento del massimo fulgore della sua carriera, ha trovato le porte chiuse e si è messo a fare il pugile.
Era tanto che non si vedeva un attore incarnare (mai verbo fu più appropriato) il suo personaggio fino a trasfigurarsi con esso, fino a raccontare in quel rottame abusato di steroidi la propria biografia, la propria personale ghettizzazione.
Il tamarro meschato di Mickey Rourke è il cinema che si fa passione, intesa in senso cristologico, di calvario, di ferita inferta su se stesso. Fa nulla se il film gronda un po’ di retorica qua e là. Fa parte del gioco. E’ un ammiccamento all’enfasi pomposa del wrestling che, come il cinema, si basa su un tacito accordo tra chi lo pratica e chi lo guarda. La magia sta nel fatto che da questa artificiosità emerga un’identità attendibile, palpabile come un pezzo di carne, vera anche all’esterno dei bordi dello schermo sul quale, durante i titoli di coda, incalza la voce di Bruce Springsteen, uno che di rottami, tamarri, reduci (da qualsiasi cosa) e sogni americani bugiardi se ne intende. Le strofe chirurgiche di The Wrestler” canzone (anche questa premiata con il Golden Globe) si infilano nelle piaghe di Randy/Mickey che sul corpo indossa la mappa del suo passato incancellabile fatto di tagli, segni, trionfi e tracolli. Corpo e sangue offerti in sacrificio per noi.