HOUSE OF CARDS – ABUSI DI POTERE

L’ultimo colpo di scena di House of Cards si chiama outing.
Le confessioni di Kevin Spacey sui propri orientamenti sessuali e sui casi di molestie che lo vedono coinvolto hanno spiazzato tutti: produttori e sceneggiatori compresi. I primi si sono affrettati a sospendere le riprese della sesta stagione; i secondi non sanno più cosa fare, d’ora in avanti, di Frank Underwood. L’audace e spietato Presidente degli Stati Uniti nella serie che ha riscritto la grammatica del political drama è diventato una patata bollente in un intreccio di maschere e corto circuiti fra realtà e finzione. Ed ecco che il ritorno su Sky Atlantic (tutti i giorni da lunedì 13 novembre alle 12.10) della quinta stagione di HOC non ha più il sapore rimasticato della replica ma quello di una première sui generis. Perché ci sfida a guardare negli occhi Frank Underwood alias Kevin Spacey partendo da un’ottica stravolta. Per una volta, infatti, saremo noi a saperla più lunga di lui. Noi, i complici dei suoi morbosi intrallazzi. In un sublime gioco di specchi.

Kevin Spacey, mattatore assoluto della serie, che nei panni di Frank Underwood è abituato ad abbattere il muro della quarta parete per renderci partecipi delle sue strategie sottili e spietate, ci ha fornito, nella realtà, una chiave per sfondare un’altra porta: quella dei sotterfugi sporcaccioni e dei ricatti sordidi, sfilacciando gli orli compatti del thriller politico con le forbici della commedia boccaccesca.
Perché, in fin dei conti, Kevin Spacey non può che sovrapporsi alla sua maschera: Frank Underwood. Il predatore della Washington televisiva, abile nel far piovere sugli avversari dubbi, discordie e insinuazioni fino a farli affondare nella palude degli scandali. E insuperabile nell’insabbiare lontano dai riflettori il suo lato oscuro e i suoi giochi più sporchi. Ci ha pensato dunque Spacey, l’alter ego della vita reale, colui che sembra aver intossicato il set con le sue pulsioni irrefrenabili a segnare la ruga indecorosa sul volto impassibile dello stratega implacabile. Abbattendo la quarta parete dietro la quale si affolla la platea mondiale.
Le presunte molestie compiute da Spacey sul set di HOC fanno saltare il banco e il ‘presidente ombra’ degli Stati Uniti, concepito per la tv durante il mandato di Obama e decollato nell’era Trump, si trova al cospetto della coalizione avversaria più pericolosa, lo sdegno dell’opinione pubblica, finendo paradossalmente per assomigliare di più nella finzione (o nella realtà?) a Bill Clinton, spiato dal buco della serratura nella solennità di uno Studio Ovale di lewinskiana memoria.
Un sofisticato auto-impeachment metalinguistico, degno del più contorto degli sceneggiatori finalmente liberi, chissà, nella stagione a venire, di sancire il passaggio di consegne fra Underwood maschio e Underwood femmina, la Claire (Robin Wright) che già in questa quinta stagione ha incominciato a scrutarci negli occhi da eccellente allieva che supera il maestro. Giunta nei pressi della data di scadenza, HOC potrebbe alzare l’asticella sbarazzandosi del suo faro, avendo la possibilità di rialimentare il proprio mito senza impantanarsi in un labirinto narrativo senza sbocchi.
Del resto, “Nessuno scrittore con sale in zucca sa resistere a una buona storia”. Parola di Frank Underwood.