Bruno Barbieri – 4 Hotel: come ti ricolloco lo chef

Il martedì in prima serata su Sky Uno, oppure su On Demand, si può assistere ad un’abile mossa di arte del riciclo.
Gli ingredienti della ricetta sono semplici: un volto noto di una trasmissione stranota, il format di un’altra trasmissione fortunatissima ma che ha dato un po’ tutto quello che poteva dare, una piccola modifica o upgrade, il consueto friccico della ‘sfida’ = trasmissione in prima tv che sembra nuova di pacca ma porta in sé l’effetto straniante del deja-vu: “Bruno Barbieri – 4 Hotel”.
Trentino, Milano, Firenze, Napoli, la Romagna, le Langhe: scenari prevedibilmente spettacolari, in cui quattro veri albergatori (più Barbieri) soggiorneranno una notte e un giorno gli uni negli alberghi degli altri, giudicando accoglienza, stile, pulizia, servizi e quindi genericamente ospitalità di ciascun titolare/concorrente.
Notti da sogno, in posti da sogno, dove ognuno vorrebbe essere stato o tornare: si strizzano entrambi gli occhi all’idea del lusso per tutti, almeno una volta nella vita. Ma il giudizio incombe inevitabile, dando il vero succo vitale alla trasmissione, che è strutturalmente una gara, un talent sull’hotellerie, come dice il comunicato stampa: un voto da uno a 10 da parte dei concorrenti al collega di volta in volta sotto esame sulle quattro categorie location, camera, servizi, prezzo.
Chi ottiene più voti non ha ancora vinto, perché deve aspettare il voto segreto del giudice Barbieri, deus ex machina, che potrà confermare o ribaltare la classifica finale… E quest’ultimo claim aggancia la trasmissione alberghiera al suo padre biologico, la trasmissione originaria (sempre di Sky Uno ma ancora visibile su Cielo e Tv8) “Alessandro Borghese – Quattro ristoranti”.
Certo, Borghese porta in dote al programma la sua romanità un po’ bonaria e un po’ piaciona, onestamente irresistibile, con un solidissimo rispetto per i concorrenti, trattati giustamente come i veri protagonisti della trasmissione, persone da cui dipende la riuscita del programma, in modo diametralmente opposto a quello che accade nei vari “Masterchef” e “Cucine da Incubo”, dove il rispetto te lo devi guadagnare con la (supposta) eccellenza e dopo molteplici occasioni di mortificazione e umiliazione: le interazioni tra giudici e concorrenti hanno lo stile narrativo degli incontri tra il Soldato Palla di Lardo e il sergente di “Full Metal Jacket”, il capolavoro di Kubrick sulla guerra nel Vietnam.