Shonda su Shonda, la serie mi porterà

In principio, era il 2005, fu Meredith Grey. Giovane, magra e bella, indubitabilmente caucasica, talentuosa nel suo lavoro, pronta a innamorarsi e soffrire per amore. Le ragioni del successo multimiliardario e globale del romantic-medical creato da Shonda Rhimes sono diverse, naturalmente, ma il personaggio di Meredith è una di queste.
Nelle sue indecisioni, nei suoi innamoramenti, nei suo pasticci e nel suo grande cuore, Meredith consente un’identificazione pan-generazionale e internazionale: tutte le donne si sentono un po’ così. Attraenti ma non comprese, adorabili ma destinate a soffrire, leali con le amiche ma pronte a tradirle per il sorriso di un maschio alpha col camice e il ciuffo folto. Verrebbe da pensare che la creatrice di Meredith, l’attualmente miliardaria produttrice Shonda Rhimes, abbia attinto alla sua biografia per tratteggiare questo personaggio che spadroneggia sulla scena televisiva da 13 anni. E invece nemmeno per sogno.

Una delle donne più potenti della tv americana è laureata in letteratura inglese, è afroamericana, ha avuto problemi di obesità, non ha mai avuto una relazione sentimentale stabile e sta crescendo da madre single ben tre figlie.
Spiazzante, no? Ma la storia è solo all’inizio: la geniale autrice non si siede sugli allori, e si ‘inventa’ un personaggio femminile lontanissimo da quello che le ha regalato il successo, e probabilmente più vicino alla sua stessa sensibilità. Così è nata Olivia Pope, protagonista della serie Scandal, subito cult anche questa, e che ha iniziato a far pensare che Shonda fosse una specie di Re(gina) Mida della tv: tutti i personaggi femminili che inventa diventano fonte di dollari.
Olivia, interpretata dalla fascinosa attrice afroamericana Kerry Washington, appartiene ad un’altra categoria umana rispetto alla dolce Meredith: indipendente ai limiti del superomismo, con un’etica ‘elastica’, meno romantica della collega dottoressa, anche se sempre disponibile a giocare le sorti sue – e della Nazione in questo caso – per una passione amorosa bruciante e ovviamente Scandal-osa.

Non contenta, nel 2015 Shonda, ormai titolare di una casa di produzione che sforna spin-off e telefilm a rotta di collo, ha fatto un altro dei suoi numeri: ha creato un procedural-thriller con protagonista, manco a dirlo, un’altra donna, “Le regole del delitto perfetto”. Annalise Keating è un avvocato afroamericano, una docente di diritto, che risolve casi giudiziari meglio di un detective della polizia, e che ha una vita privata più complicata di un poligamo mormone. Ottimo successo anche per questo prodotto, anche se non entusiasmante come per i precedenti due.
Allora forse Shonda forse pensa che allontanarsi dalla strada nota non conviene, nemmeno se sei la donna afroamericana (quasi) più ricca e potente al mondo. Così, ci pare, la Rhimes, ormai dimagrita di 50 chili e perfettamente a suo agio su tutti i red carpet del globo, fa marcia indietro. Invece di sperimentare, torna da Meredith, e la edulcora pure. E’ sugli schermi di Fox Life (target donne 25-45 anni, come recitano le cartelle stampa del canale) “Station 19″, vero e proprio spin-off di Grey’s Anatomy ambientato in una stazione dei Vigili del Fuoco invece che in ospedale.

Non facciamoci ingannare dall’ambientazione testosteronica: di ‘virile’ il nuovo personaggio iconico di Shonda ha solo la divisa e il nome, Andy. La sua interprete, Janina Lee Ortiz, è una trentenne di origini portoricane dall’aspetto delicato ed esile, che si ritrova a comandare una stazione di Vigili del Fuoco di Chicago.
Staremo a vedere che successo avrà questa piccola nuova serie, ma registriamo un regresso dell’immensa Shonda: è come se si fosse impigrita, puntando sulla certezza di un successo medio invece di rischiare con un prodotto che avrebbe potuto essere ricordato come quello che ha detto una parola sul ruolo della donna nella società di oggi, invece che scrivere una frase ad effetto buona per un meme da passarsi su whatsapp tra amiche la domenica mattina.